Foliage autunnale a Tokyo con aceri rossi e ponte immerso nella vegetazione

L’AUTUNNO ENTRA NEL PROGETTO

L’autunno cambia il modo di leggere l’architettura. Tra Giappone, Cina ed Europa, il foliage entra nel progetto attraverso luce, materia, riflessi e installazioni vegetali, trasformando per poche settimane la percezione degli spazi.

Foliage autunnale a Tokyo con aceri rossi e ponte immerso nella vegetazione

Quando il foliage diventa materia dell’architettura

Questa stagione modifica il modo in cui si percepisce l’architettura. La luce si abbassa, i colori diventano più profondi e il legno assume tonalità più calde. Sulle grandi vetrate compaiono riflessi di rosso, rame e oro e persino le proporzioni sembrano cambiare: una finestra diventa un quadro naturale, un percorso nel bosco prolunga idealmente lo spazio abitato.

È forse questo l’aspetto più interessante del foliage per chi osserva un progetto: non il colore in sé, ma la sua capacità di alterarne la lettura. Per qualche settimana la vegetazione agisce in modo imprevedibile. Evidenzia una geometria, ammorbidisce il rigore del cemento, modifica il rapporto fra pieni e vuoti. Elementi progettati per rimanere e altri destinati a mutare finiscono così per appartenere alla stessa composizione.

In Giappone questa sensibilità fa parte da secoli della cultura dello spazio. Il giardino non è semplicemente ciò che circonda un edificio: partecipa alla sua costruzione visiva attraverso aperture, sequenze, prospettive e riflessi. Il principio dello shakkei, il “paesaggio preso in prestito”, incorpora nella composizione ciò che fisicamente si trova oltre i suoi confini. Una finestra può isolare un frammento di vegetazione; un ramo d’acero diventare il punto focale di un’intera prospettiva. Lo stesso dialogo assume forme differenti altrove: può nascere dal paesaggio, come sulle Alpi e nelle valli della Cina, oppure essere interpretato attraverso il disegno degli interni, come a Parigi e Monte-Carlo. Cambiano la luce, i materiali, la scala e la cultura dell’abitare. Da qui, una selezione 

Four Seasons Hotel George V, Paris — Courtesy of Four Seasons Hotel George V, Paris.

FOUR SEASONS HOTEL GEORGE V PARIS — IL VEGETALE COME INSTALLAZIONE

Quando il floral design modifica lo spazio

Al Four Seasons Hotel George V di Parigi il rapporto fra natura e interior design passa attraverso un linguaggio ancora diverso. Sotto la direzione artistica di Jeff Leatham, le composizioni vegetali sono presenze tridimensionali capaci di intervenire sulla scala e sulle gerarchie degli ambienti.

Quest’autunno, sotto un lampadario di cristallo, grandi corone di erbe secche in tonalità sabbia e oro si dispongono ai due lati dello spazio, lavorando per massa e ritmo. Al centro, una bassa aiuola di steli verdi verticali, orlata di fiori bianchi, richiama un prato ancora estivo. Nella stessa composizione convivono così il verde che resiste e l’oro che arriva: il colore non viene aggiunto, ma distribuito nello spazio, e crea punti di tensione visiva all’interno dell’architettura classica dell’hotel.

È il contrasto a rendere interessante l’intervento: da una parte la permanenza di marmi con intarsi geometrici, boiserie chiare e cristalli; dall’altra una materia organica, irregolare e destinata a trasformarsi. Due tempi diversi convivono nello stesso ambiente.

Il floral design assume così la dimensione di un’architettura effimera. Lascia intatta la struttura e ne modifica gli equilibri attraverso volumi vegetali, cromie e nuove gerarchie visive.

L’autunno, qui, non viene semplicemente rappresentato: viene progettato nello spazio.

Hôtel Métropole Monte-Carlo — Photo: Studio Phenix / Courtesy of Hôtel Métropole Monte-Carlo.

HÔTEL MÉTROPOLE MONTE-CARLO — LA NATURA DIVENTA SCENOGRAFIA

Quando l’estate si attarda: Autumn Glow al Lobby Bar

L’hôtel Métropole Monte-carlo, inaugurato nel 1886, ha interni classici e opulenti ridisegnati da Jacques Garcia e un giardino con piscina e terrazze firmato da Karl Lagerfeld. È su questa base stabile e già fortemente scenografica che, stagione dopo stagione, intervengono i Métropole Mood: installazioni effimere che dialogano con l’universo di Garcia o ne ribaltano il carattere, giocando con materiali, colori e luce.

Quello di questo autunno, Autumn Glow, occupa il Lobby Bar dal 1° settembre al 23 novembre e non racconta i rossi del bosco, ma l’estate indiana: il momento in cui la Riviera trattiene ancora la luce delle vacanze mentre l’anno riprende il suo ritmo. Protagonista è la bouganville. Quattromila lunghi rami fioriti salgono fino al soffitto e circa diecimila fiori, sospesi a quasi cinque metri d’altezza, compongono una canopea mediterranea. Uno specchio posato a terra ne moltiplica i riflessi e restituisce all’ospite la propria immagine dentro la composizione. Due i toni dominanti: il fucsia di fine estate e l’arancio degli ultimi tramonti, con i primi riflessi dorati dell’autunno.

Qui il paesaggio non si trova oltre il vetro: viene ricomposto e portato a soffitto. L’allestimento, immaginato da Perrine Guyonnet, prende forma in una sola notte e, al mattino, il Lobby Bar è un altro luogo.

La soglia fra due stagioni diventa materiale temporaneo del progetto.

Aman Tokyo — la cerimonia del tè incorniciata dai colori dell’autunno. Courtesy of Aman Tokyo.

AMAN TOKYO — IL PAESAGGIO INCORNICIATO

Legno, pietra, carta e luce sopra la città

Aman Tokyo occupa gli ultimi sei piani della Otemachi Tower, il grattacielo disegnato da KPF nel distretto finanziario, ma il suo rapporto con la città si costruisce con altri mezzi rispetto alla spettacolarità dell’altezza. Gli interni, firmati Kerry Hill Architects, trasferiscono in verticale alcuni principi dell’architettura domestica giapponese: la misura, la sequenza degli ambienti e un uso essenziale dei materiali naturali.

Legno, pietra e washi definiscono superfici più tattili che decorative. La grande lobby, con il suo volume a tutta altezza, reinterpreta la struttura di una lanterna giapponese: la luce viene filtrata anziché semplicemente diffusa e diventa essa stessa elemento architettonico. Al centro, un giardino contemporaneo accoglie un’ikebana stagionale, così che la stagione entri nel progetto fin dall’ingresso. Le proporzioni generose non producono monumentalità, ma costruiscono vuoto.

Verso l’esterno, le grandi vetrate possono essere lette attraverso la logica dello shakkei: invece di offrire un panorama indistinto, isolano porzioni di città, cielo e vegetazione e cambiano con il trascorrere delle ore e delle stagioni.

In autunno questo principio acquista una lettura particolare. Nel paesaggio urbano osservato dall’alto, i gialli dei ginkgo e i rossi degli aceri introducono nella trama minerale della metropoli una componente cromatica temporanea. All’interno, la neutralità dei materiali non compete con questi colori: li accoglie per riflesso, lasciando che siano la luce e ciò che accade oltre il vetro a determinare l’atmosfera.

È una sensibilità profondamente giapponese: il paesaggio non viene riprodotto nell’interior design, ma selezionato, incorniciato e lasciato entrare visivamente negli ambienti.

Aman Tokyo reinterpreta così, nel cuore verticale della città, un principio antico: non occorre possedere il paesaggio per farne parte. Basta progettare il punto esatto dal quale guardarlo.

The Chedi Andermatt — Courtesy of The Chedi Andermatt.

THE CHEDI ANDERMATT — LA CONTINUITÀ DELLA MATERIA

Pietra, legno, fuoco e i colori della montagna

A Chedi Andermatt , progettato da Jean-Michel Gathy dello studio Denniston, il rapporto con la stagione nasce innanzitutto dai materiali. Pietra, legni scuri, pelle, metallo e tessuti costruiscono ambienti dalla forte consistenza tattile, mentre il linguaggio alpino viene reinterpretato attraverso una sensibilità asiatica che evita la traduzione letterale dello chalet tradizionale.

Con l’autunno la palette degli interni trova una corrispondenza quasi spontanea all’esterno. I bruni della montagna, i gialli e gli ori della vegetazione autunnale e i grigi minerali dialogano con superfici che possiedono già tonalità profonde e naturali.

È soprattutto la luce a fare la differenza. Più radente rispetto a quella estiva, evidenzia texture e irregolarità, scava la pietra, sottolinea le fibre del legno. Le grandi aperture non funzionano soltanto come dispositivi panoramici: mettono a confronto, sullo stesso piano visivo, la materia costruita e quella naturale.

Non occorre aggiungere alcun segno stagionale agli ambienti. Tutto è già predisposto perché il mutamento esterno trovi una propria risonanza all’interno.

L’autunno non decora The Chedi: ne rende più evidente la struttura materica.

Photography by Su Shengliang, courtesy of Moguang Studio

LOST VILLA STAR GINKGO VALLEY — COSTRUIRE SENZA CANCELLARE

Un’architettura contemporanea nella valle dei ginkgo

A Suizhou, nella provincia cinese dell’Hubei, il primo elemento del progetto del Lost Villa Star Ginkgo Valley Design Hotel è una presenza preesistente: gli alberi. Moguang Studio, che ha firmato l’hotel completato nel 2023, ha lavorato in una valle popolata da oltre duecento metasequoie e da ginkgo millenari.

L’architettura si inserisce in un contesto fortemente caratterizzato senza cercare il gesto iconico. La scala rimane controllata, i volumi si articolano fra la vegetazione e le aperture selezionano porzioni precise dell’intorno. Non si cerca la veduta panoramica a ogni costo: si lavora piuttosto sulla successione degli scorci.

In autunno, quando i ginkgo trasformano la valle in una distesa dorata, questa impostazione diventa ancora più leggibile. Una parete scura può funzionare da fondale per il giallo delle foglie; un’apertura isola un albero e ne accentua la presenza; un passaggio acquista improvvisamente la stessa importanza visiva di una stanza.

Sono i vuoti, più dei pieni, a definire il carattere del progetto. La distanza fra due edifici, una corte, una soglia o uno scorcio diventano gli strumenti con cui misurare la presenza della natura.

Non si tratta di portare il verde dentro l’edificio — formula ormai abusata — ma di stabilire quanto costruire e quanto lasciare intatto. Qui il lusso coincide proprio con questa misura.

IL TEMPO COME PARTE DEL PROGETTO

Un’architettura si misura anche nella sua capacità di accogliere ciò che cambia. La luce, una chioma che muta colore, un riflesso sul vetro o un’installazione destinata a scomparire introducono una variabile che il progetto non può controllare completamente.

Il foliage dura poche settimane. L’architettura resta, ma per un istante è il paesaggio a ridisegnarla.